Di principi, rose, volpi e aviatori

Partiamo facile.
Nell’anno che ha visto scadere (almeno in Italia) i diritti d’autore su uno dei best-sellers più amati da tante generazioni, è impossibile esimersi dal ri-leggere Le Petit Prince di Antoine de Saint-Exupéry, favola moderna che racconta la storia di un minuscolo principe d’altri mondi, approdato sul Pianeta Terra dall’asteroide B612 per cercare se stesso, in fuga da una bellissima e profumatissima rosa-tiranno, che pure egli non può smettere di amare.
La vicenda è nota a tutti (l’incontro con l’aviatore in panne, il resoconto del viaggio, la volpe, il serpente) e non conta rievocarla. Conta invece qui osservare come, di quelle 125 pagine dell’edizione Bompiani (detentrice fino a gennaio dell’esclusiva italiana), ogni parola è sembrata – a me ragazzina e a chissà quanti prima e dopo – tatuarsi sotto la pelle e nel cuore.
Non so assuefarmi all’idea di incontrare il testo in una veste linguistica nuova e ‘straniera’, dopo che infinite riletture hanno depositato nella memoria la traccia esatta del racconto, battuta dopo battuta, inciso dopo inciso.
Mi dico che si dovrà allora leggerlo nell’originale, per spogliarsi dei pregiudizi, per poi rassegnarsi a curiosare tra le nuove traduzioni, a vedere come i pionieri dell’era nuova sfideranno formule ormai così popolari da godere di vita propria. Ma confesso di non aver ancora trovato il coraggio.
Nell’attesa dunque di immergermi in parole inaudite, rileggo la mia edizioncina di mille anni fa, once more, per innamorarmene una volta di più e provare a isolare, in un elenco malcerto e provvisorio, quello che Il Piccolo Principe ha detto a me:

1. Che il viaggio è da sempre e sempre resterà, nella letteratura di ogni dove, la più grande metafora dell’umano esistere.
2. Che gli adulti rischiano spesso di perdere, insieme alla fantasia, la capacità di guardare le cose in maniera semplice e trasparente. Si sono costruiti risposte complicate e ardite, ma hanno dimenticato le domande – quando già i filosofi antichi ci insegnavano che ogni domanda ha in sé la propria risposta, semplice e certa. Per chi sa guardare, però – come quella faccenda del presunto cappello, che invece è un boa che ha mangiato un elefante.
3. Che “il paese delle lacrime è […] misterioso” e andrebbe sempre rispettato.
4. Che il ricordo di un sorriso amato accende il cuore come le stelle accendono il cielo.
5. Che parole e apparenza possono ingannare il giudizio e complicare i rapporti.
6. Che gli incontri (d’amore o d’amicizia) sono la cosa più radicale e decisiva nella vita di un uomo – quella per cui vale la pena rischiare tutto di sé. Quella che ci determina.
7. Che non l’istinto né l’empatia bastano a costruire un rapporto vero, ma la condivisione, la scelta, l’abnegazione, il tempo, la pazienza. I riti.
8. Che un legame è una responsabilità. È prendersi cura di. (Che poi, a credere al Piccolo Principe, è l’unica occupazione che non sia ridicola [cap. XIV]).
9. Che amare è (anche) saper vedere dell’altro quello che ai più passa inosservato. E accoglierlo.
10. Che l’amore è un cammino che richiede esperienza e consapevolezza (“Ma ero troppo giovane per saperlo amare.” cap. VIII).
11. Che “ci si consola sempre” (cap. XXVI).
12. Che la fedeltà a un essere amato è, prima ancora, fedeltà a se stessi, perché ogni uomo si sostanzia d’amore e ogni tradimento di ciò che si ama si risolve, in ultimo, in tradimento di sé.
13. Che “si arrischia di piangere un poco se ci si è lasciati addomesticare”. Ma che ne vale la pena.

Tutto ovvio e a tratti banale, a un primo sguardo. Se non fosse che serve poi una vita intera per imparare, non come una litania di citazioni consumate, ma come un habitus profondo, quello che Il Piccolo Principe ci consegna nella forma lieve e apparentemente infantile di una fantasia lirica.
“Con leggerezza apparente”, avrebbe chiosato Leopardi. La stessa leggerezza di quel corpicino minuto che cade “senza fare neppure rumore sulla sabbia” (cap. XXVI) e che l’aviatore porta su di sé a poche pagine dalla chiusa (cap. XXIV).
“Incominciava ad addormentarsi, io lo presi tra le braccia e mi rimisi in cammino. Ero commosso.
Mi sembrava di portare un fragile tesoro. Mi sembrava pure che non ci fosse niente di più fragile sulla Terra. Guardavo, alla luce della luna, quella fronte pallida, quegli occhi chiusi, quelle ciocche di capelli che tremavano al vento, e mi dicevo: – Questo che io vedo non è che la scorza. Il più importante è invisibile…
E siccome le sue labbra semiaperte abbozzavano un mezzo sorriso mi dissi ancora: – Ecco ciò che mi commuove di più di questo piccolo principe addormentato: è la sua fedeltà a un fiore, è l’immagine di una rosa che risplende in lui come la fiamma di una lampada, anche quando dorme…”

A ciascuno la sua rosa.

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