“Shantaram” o della libertà

Si può parlare di un libro prima di averlo letto (tutto)? Non lo so. So che, arrivata a pagina 103 di uno dei romanzi più acclamati e lunghi dell’ultimo decennio (Gregory David Roberts, Shantaram), non resisto alla tentazione di dire che mi pare bellissimo. Almeno per ora.
Mi piace la scrittura, lenta e veloce a un tempo. Mi piace il taglio, tra autobiografia e avventura, sullo sfondo di un’India tridimensionale. Mi piace la corrispondenza esatta tra ciò che si dice e il modo in cui se ne dice (come le parole scivolano sulle cose, alla maniera di un vestito di seta che assecondi le curve di un corpo). Mi piace la profilatura dei personaggi e degli ambienti: realismo e lirismo – a confondersi uno dentro l’altro.
Mi piace, più di tutto, l’arguzia con cui G.D. Roberts punteggia la narrazione di inserti aforistici che non puoi dimenticare. Ognuno può rintracciare in quelle pagine la propria personale galleria di memorabilia.
Io ne segnalo due, che per ora sono i miei preferiti.
1) “Il passato si riflette perennemente in due specchi: quello luminoso delle parole pronunciate e delle azioni compiute e quello scuro, colmo di tutte le cose che non abbiamo detto o fatto.”
Come dire lo specchio dei ricordi vissuti, dove si deposita la memoria di ciò che è stato; e lo specchio dei ricordi mancati, dove si nascondono i gesti sospesi, le emozioni dissipate, gli addii taciuti. Il primo regala emozioni, belle o brutte – ma appassionate sempre; mentre il secondo restituisce un’ombra di nostalgica mancanza. Come di cose che non si sono compiute.
Eppure siamo fatti di entrambi quegli specchi e l’uno parla di noi non meno dell’altro.
2) Agli amici che lo incalzano per sapere quale sia, per lui, la “cosa migliore al mondo”, Lin risponde:
“Be’, se proprio insistete, direi che è la libertà”.
“La libertà di far che?” chiese Didier facendo una risatina alla fine della frase.
“Non so. Forse soltanto la libertà di dire di no. Se riesci a ottenerla, non hai più bisogno di nulla.”
Non serve aggiungere molto: in fondo è il concetto-chiave di molte proposte di spiritualità. A me però è piaciuto trovarlo non come pillola della felicità formulata da qualche guru illuminato e à la page, ma come suggerimento malcerto di un imperfettissimo ex-galeotto, che il mondo l’ha visto scorrere sulla propria pelle.
Magari un giorno ci arriverò anch’io.
Per tutto il resto c’è la Luna, che questa notte è quasi perfetta.
Buona lettura a tutti!

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