“Ci vogliono i riti”

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Invece a me piacciono i “riti”. Quei gesti esatti (anche quando approssimativi) e prevedibili che si ripetono ogni giorno e che hanno il gusto caldo e rassicurante che avevano le cose quando eri bambino. Quegli spazi che puoi disegnare in anticipo e che rendono un minuto identico a mille altri della tua vita, ma proprio per questo diverso da tutti gli altri minuti che non ti appartengono. Quelli per cui tu sei tu; il tuo gatto è il tuo gatto; il tuo Amico è il tuo Amico – né potresti confonderlo con nessun altro. Vi conoscete così e così vi riconoscete.

Come il tragitto in auto verso scuola, la mattina (buio e luce e musica e pensieri).
O come il momento in cui spengo il mondo e mi affaccio al balcone che dà sull’orizzonte. Ci siamo solo il Cielo & la Notte & io – e per me non esiste in tutta la giornata uno spazio-tempo più perfetto.
Il resto è molteplicità, sorpresa, novità, imprevisto. Bellissimo e irresistibile (come farne a meno?). Eppure non basta: a me, in un XXI secolo che celebra ciò che appare “folle”, “diverso”, “alternativo”, “sconvolgente”, “irrituale”, “trasgressivo”, “mai-uguale-a-se-stesso”,… a me, i “riti”, piacciono moltissimo.

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