F come “Farfalla”

Nel magma incandescente della poesia del Novecento, attraversato da una radicale desacralizzazione della parola – afasica, esitante – i singoli vocaboli, così scarnificati, acquistano un’inevitabile (e antinomica) forza suggestiva, evocando mondi e inventando percorsi ora carsici, ora solo apparentemente facili, ora magici.

Io seguo il cammino che è mio, di parola in parola, di curva in curva, scegliendo le voci che mi assomigliano e raccontandole da lettrice rapsodica e per nulla meritocratica.

Perché in fondo la poesia è anche questione di alchimie, che si producono oppure no.

Personalmente, quelle parole le immagino come farfalle che volteggiano leggere negli spazi aperti della scrittura, posandosi ora su un fiore, ora su un muricciolo, ora su una rovina – e assumendo ogni volta nuances diverse, cristallizzando sfumature di colore (di significato) che l’autore trasceglie tra le molteplici che ogni termine reca con sé.

Farfalle.

La farfalla come immagine della parola poetica. O dell’ispirazione poetica, anche, se si vuole: dell’anima poetica.

Mi piace.

Lo pensavo oggi, vagando tra i ricordi, prima di leggere la prosa irresistibile e onirica della Farfalla di Dinard e di scoprire (vera e propria illumination) che il testo montaliano si colloca in bilico tra due interpretazioni: nel «papillon jaune» (la farfalla gialla) che Montale incontrò ogni mattina, a colazione, in una fredda estate bretone, i critici hanno riconosciuto ora un senhal della donna amata e assente (Irma-Clizia, o forse Maria Luisa Spaziani); ora il simbolo della parola poetica.

Simulacro etereo, impalpabile, fugace.

Lo dicevo, io.

Non ce ne sono poche, di farfalle, nella scrittura lirica del Novecento, (quasi) sempre associate alla percezione della leggerezza, della bellezza lieve e fragile, della precarietà.

Tra altre, scelgo una delle (tante) farfalle che volano tra i versi di Alda Merini, poetessa folgorante, oggi un po’ troppo ridotta a prontuario di aforismi. Per evitare il tranello, reco intero il testo della lirica:

Se la mia poesia mi abbandonasse
come polvere o vento,
se io non potessi più cantare,
come polvere o vento,
io cadrei a terra sconfitta
trafitta forse come la farfalla
e in cerca della polvere d’oro
morirei sopra una lampadina accesa,
se la mia poesia non fosse come una gruccia
che tiene su uno scheletro tremante,
cadrei a terra come un cadavere
che l’amore ha sconfitto.
(A. Merini, Come polvere o vento)

Viene alla mente, con quel cenno già convenzionale alle ali bruciate al calore accecante di una lampada, con quella sconfitta inflitta da Eros, la favola di Amore e Psiche, solo apparentemente esuberante, se è vero che la Merini la usò altrove esplicitamente (Luce).

Forse infine (in fine, volendo ricondurre il molteplice ad unità) la farfalla, in poesia, è traduzione materica – ma neppure poi troppo – di ciò che di inafferrabile resta in noi sognato. La parte aerea dell’uomo. Basta controllare sul Rocci, alla voce Ψυχή (Psyché), perché i Greci, come al solito, avevano già intuito tutto: dopo tante accezioni prevedibili (“anima”, “soffio vitale”, “ombra”, “cuore”), appena prima che la colonna si chiuda per cedere il passo al lemma successivo, ti imbatti nel significato che non ti aspetti:
4) Ψυχή = “Farfalla”.

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