Portogallo a fermata unica (di vento e luce)

Viaggio in Portogallo. Il libro di Saramago (qualche centinaio di pagine di passato picaresco e di presente senza tempo) me l’ha regalato un’amica preziosa prima della partenza, consigliandomi di accostarlo come un volume di consultazione da godere tappa su tappa, fior da fiore. “Io l’ho letto così”, mi ha detto. Ne ho scorsa qualche pagina, indice e cartine finali alla mano, tra una colazione e una ri-partenza, e l’ho trovato potente (leggendario, ammiccante, furbo, affabulatorio), ma estraneo, proprio come la terra che racconta: dell’uno e dell’altra non ho saputo prendere il ritmo e le cadenze. Perché il Portogallo è un Paese antico, che esige tempo e lentezza. Concentrazione. Fiducia. Invece io avevo la testa altrove e i passi distratti – e ho finito per attraversarlo senza immergermi, in un volo d’aliante, da nord a sud, guardando scivolare tra curve e rettilinei quindici giorni di chilometri e paesaggi e frammenti di vita.

Più o meno così: Porto, con il Douro che disegna i profili e con le canzoni che piroettano nell’aria, come in un film di Almodóvar. Guimarães, impeccabile paesino di cartapesta, con quel suo Castelo così perfettamente ricostruito da riuscire inespressivo; poi Braga, di ciottoli e bellezza; Aveiro, little Venice ad uso turistico; Coimbra, sfiorata appena; Tomar e il fascino sontuoso dello stile manuelino, nel monastero di Cristo re; Fátima, intensa e assolata, dispersiva e raccoltissima; Nazaré, cittadina sgualcita, sdraiata lungo un oceano rabbioso e gelido e tra le pieghe di un promontorio aspro, dove i surfisti si recano nei mesi invernali – quasi pellegrinaggio – alla ricerca dell’onda perfetta. Poi i monasteri di Alcobaça e Batalha; Óbidos; Estoril; Cascais; e Sintra-colori-sgargianti. Lisbona con il suo disordine affollato e lento – e con quella bellezza stanca che somiglia a secoli perduti. Évora, poi, così graziosa, rubata ai musulmani dal cavaliere Giraldo (Saramago scripsit); quindi Beja e l’Algarve, punteggiata da paesini straripanti di turismo di massa: Lagos, Sagrès, Tavira – dove soffia una brezza incandescente. Fino a Faro.

Eppure, nella litania delle tappe portoghesi, appena oltre la metà del percorso (giorno nove) un ricordo si staglia prepotente tra gli altri – e a tutti restituisce senso e direzione. È il ricordo di un luogo-simbolo: un puntino minuscolo (ma inconfondibile) sullo scacchiere della carta geografica. La mia “fermata unica”. Basta prendere la mappa e rintracciare con gli occhi e con le dita il confine dell’Oceano di là, sulla punta estrema che rompe il mare dal canto occidentale. Cabo da Roca, “aqui […] onde a terra se acaba e o mar começa”  – come recita l’iscrizione incisa alla sommità del promontorio (Camões, Os lusíadas III 20). L’ho cercato nei resoconti di Saramago, curiosa di sapere cosa ci avesse visto lui, in quella roccia ardita e selvaggia. Ma Cabo da Roca, nel Viaggio, non c’è, o almeno io non l’ho trovato né tra le (poche) pagine lette, né nell’indice dei luoghi (a dire che alla fine ogni viaggio – come la vita – resta sempre esperienza personale e irripetibile).

Nella mia fantasia il Portogallo inizia e finisce lì: in quel luogo tormentato dal vento, confine accecante di cielo e di sole a strapiombo sul mare, dove il tempo si sospende. Forse perché Cabo da Roca è la sintesi perfetta di alcune invarianti che costituiscono una sorta di autografo della terra lusitana.

Il cielo di lì, attraversato dal vento senza posa.

La luce, così ininterrotta, così violenta che gli occhi cercano riparo e pace.

La terra riarsa, assetata d’acqua e silenzio.

Le onde selvagge del mare aperto.

A Cabo da Roca si raccoglie tutto. Lì ho ascoltato, riassunta in un unico round senza fine, la lotta primordiale degli elementi, nel punto esatto in cui si incontrano-scontrano, vertice contro vertice: l’Aria-Vento; l’Acqua-Oceano; la Terra-Continente; il Fuoco-Sole.

Roba da perderci gli occhi e il respiro.

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