La sabbia è frammento minimo e insieme totalità: granello e distesa. Forse sta anche qui il suo fascino silenzioso e antinomico. La Treccani la definisce «nome di massa» (qualcosa di analogo a un collettivo inanimato), privilegiando l’intero. I poeti, di lei, amano la dimensione pulviscolare. I più non si fanno domande.
‘Sabbia’.
La parola, quando la pronunci, fa il rumore dei granelli che scivolano inesorabili dentro la clessidra – un rumore sinuoso e serpeggiante, che somiglia alle cose che si perdono. O della risacca, quando l’onda si rompe sulla costa e poi defluisce, tornando indietro e portandosi via spiaggia e pace. O ancora, fa il silenzio delle terre desolate, cariche di sole e di assenza. Deserto.
Provo a raccoglierla nei miei pensieri, aggirandomi inquieta tra le pagine dei poeti più familiari, ma mi accorgo che non so trattenerla: si sottrae, implacabile, scivolando via come polvere tra le dita.
C’è la ‘sabbia-clessidra’, che racconta lo scorrere rapinoso e millimetrico del tempo – da D’Annunzio (La sabbia del tempo) a Montale (Il rumore degli émbrici distrutti) a Bertolucci (Sabbia) a Betocchi (Alla chiesa di Frosinone). Ma più di tutti la ‘sabbia-clessidra’ appartiene a Ungaretti, specie a quello maturo, che ferma su pagina la capacità del tempo di sgretolare anche la pietra e di restituire alla polvere ciò che è polvere ab origine. Come «quel nonnulla di sabbia che trascorre / dalla clessidra muto e va posandosi» (Variazioni su nulla). La sabbia, lì, mi appare a un tempo misura esterna e metafora interna della caducità – e forse non è un caso che la sabbia sia la materia del deserto, che di Ungà è mito poetico e umano: Terra madre e Terra promessa. Alfa e omega.
Altrove si incontrano la ‘sabbia-alcova’, spazio dell’abbandono e del languore, come accade alle Donne appassionate di Pavese; la ‘sabbia-dimora’, luogo di un’infanzia perduta (Quasimodo, Su la sabbia di Gela); la ‘sabbia-lavagna’, superficie netta ma precaria su cui scrivere nomi che un’onda cancellerà (Saba, Di ronda alla spiaggia).
E chissà quanta altra sabbia copre i sentieri della scrittura lirica.
Tra tante, scelgo la ‘sabbia-rottame’, che poi è la mia preferita. Firmata Montale – casomai serva dirlo. Rileggo Luce d’inverno: lì la sabbia rappresenta la realtà residuale, quella dimensione dell’esistente che sopravvive alla distruzione e alla consumazione e al dolore (alla vita, in fondo) e che l’autore ha eletto a proprio credo fin dai tempi degli Ossi. La sabbia è quello che rimane di ciò che era e non è più. Nel volume delle Poesie si mescola a una costellazione di immagini sorelle (la «polvere», lo «zucchero», la «cipria», la «cenere», lo «smeriglio», dalla Bufera a Piccolo testamento) che della sabbia condividono il senso di disfacimento e la dimensione pulviscolare: penso ancora al «crac di noci schiacciate» e alla «tarma» che la «suola / sfarina sull’impiantito» (Il sogno del prigioniero).
Mi pare una cosa bella, questo resistere – che però poco c’entra con le più aggiornate filosofie dell’esistere. Lontana dall’eroismo vittorioso della resilienza 2.0 (che obbedisce a un malcelato criterio di successo sociale e individuale), la resistenza montaliana è piuttosto un sobrio, dimesso atteggiamento di accettazione, disillusa quanto coraggiosa. Una sconfitta insieme eroica e prosastica, magari leopardiana, certo non titanica. È figlia di uno sguardo laico e un po’ tragicamente amaro che però, attraverso gli strati della sofferenza e al di là di un innegabile nichilismo, arriva a intuire un segreto prezioso: che cioè, infine, all’uomo è chiesto di esistere. Qui e ora. Non di emergere né di apparire, vincere, affermarsi. Solo di (r)esistere.
In questa prospettiva ‘sabbia’ è anche la poesia, quando «sta», (r)esiste, oltre le ragioni che inutilmente l’uomo le va cercando.
La poesia non è fatta per nessuno,
non per altri e nemmeno per chi la scrive.
Perché nasce? Non nasce affatto e dunque
non è mai nata. Sta come una pietra
o un granello di sabbia. Finirà
con tutto il resto.
(da Asor, in Diario del ’71 e ’72)
«Scrivere è vivere», per ripetere l’adagio di Nadine Gordimer. Gli endecasillabi montaliani, a tratti intenzionalmente sbilenchi, riemergono dal maremoto primonovecentesco ad affermare la necessità di un attracco conosciuto e fedele. E lì, in equilibrio tra i marosi e le antiche certezze, la poesia offre involontariamente all’uomo, una volta di più, forse non un orizzonte di senso, ma almeno il porto di un’esistenza che basta a sé stessa.
Vita allo stato puro.
Come la sabbia che si bacia con il mare.

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