Dire “Luce” è come dire “Vita”, “Assoluto”: élan vital allo stato primordiale.
Ci sono giornate così accecanti da riempire di respiro ogni cellula del nostro corpo. Irresistibili.
Eppure, in generale, la luce meridiana non mi somiglia fino in fondo. Amo invece da sempre i mezzi toni, le luci soffuse, le sfumature calde. Lungo l’arco luministico della giornata, le mie ore preferite sono quelle dell’aurora e del crepuscolo.
E poi mi piace il buio, tantissimo.
Mi piacciono le ore della notte – la notte più profonda e tarda, però, quando ormai da tempo tutto tace, prima che il cielo si svegli: mi piace aprire gli occhi nel cuore del buio – le tre, a volte le quattro. Mi piace quel silenzio immobile che sembra non avere tempo né direzione e in cui pare di potersi perdere. C’è posto per la solitudine più perfetta, in quelle ore, rifugio ideale per la musica (sussurrata), per i libri, per le lettere, ma soprattutto per il sogno e per volare via con il pensiero, a creare mondi fatti su misura, quasi che in quegli spazi si dischiudesse una vita alla seconda, segreta e autosufficiente.
Mi piace anche, tanto e forse più di tutto, il senso di sospesa inutilità che hanno le cose che si fanno in quel tempo, il fatto che non servano a nulla – se non a vivere.
È come se il buio recasse con sé una radice di vita nascosta e irriducibile: una radice silenziosa di luce, per dirla tutta.
Perché in fondo forse, oltre le distinzioni convenzionali, «Tra chiaro e oscuro c’è un velo sottile» (Montale) e il buio è molto meno tenebroso di quanto sembri a tutta prima.
Succede così. Appena ci metti piede, appena ci entri, inavvertitamente o per scelta, l’oscurità ti avvolge come un immaginario mantello nero-pece, aderentissimo, che ti si incolla alla pelle e ti risucchia-cancella-acceca-annichilisce. Dalla tastiera sono usciti tutti verbi con la geminata, involontariamente: anche questo vorrà pur dire qualcosa della violenza raggelante – di nuovo le doppie – del buio, quando ci piombi dentro.
Sembra di perdere sensi e senso – bloccati in una immobilità gelida e straniera, che toglie il fiato.
Poi, mentre gli occhi si abituano, la realtà riemerge dal nulla, ma lentamente. Le cose ritrovano un profilo. Il nulla si trasforma in confini e volumi. La luce affiora dalle tenebre, violandole. È una luce perlescente, con riflessi di latte. L’ho vista anche stamattina risvegliarsi nel buio fitto della mia stanza, quando prima dell’alba mi sono fermata a guardare senza fretta, lasciando fare. Diventando parte di quella tenebra. È stato lì che ho visto il buio intridersi di scaglie di candore.
Questione di immersione: mi sono immersa nel buio e ci ho trovato la luce. Io la immagino un po’ come la radiazione cosmica di fondo – così misteriosa e inevitabile.
Forse la vita funziona un po’ allo stesso modo: a volte le cose che accadono appaiono come vicoli ciechi, freddi come la pietra e bui come l’assenza – e alcune esperienze spalancano nel cuore abissi spaventosi di tenebra. Eppure, se ti immergi nei precipizi più cupi di ciò che sta dentro, se non cedi alla fretta di accendere una lampadina o di trovare la formula magica «che mondi possa aprirti» (Montale), se infine accetti l’oscurità come un’occasione per incontrare parti di te originarie e sepolte, allora – ma lentamente – il buio si sfarina in polvere di luce opalescente – e dall’abisso emerge una luminosità nuova, fragile e certa.
Ab-soluta.

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