“Cristallo”.
Cosa racconta – a te, lettore – la voce sottile e netta di questa parola?
Ai miei occhi, cristallo è parola ancipite: trasparente e argentina come l’acqua, da un canto, dall’altro impolverata dal tempo e da quell’atmosfera ottocentesca che circonda le «buone cose di pessimo gusto». Perché il cristallo è cosa un po’ consumata e vecchia, che ha il sapore dei bicchieri del servizio buono, quello che la zia impiegava nei giorni di festa; o al contrario dei vasi preziosi, sofisticati ma un po’ démodé, che campeggiano sulle tavole delle case che contano.
Vengono alla mente, nelle terre della prosa (ma di una prosa intimamente lirica) le «coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino», dentro le stanze esclusive e raffinatissime di palazzo Zuccari, dove Andrea Sperelli attende Elena, nella pagina indimenticabile che apre Il piacere dannunziano – forse memore dell’immaginario che abita la scrittura estetizzante di Théophile Gautier. O ancora così lo ha raccontato la poesia, quando di quel mondo ha colto la decadenza estrema, borghese e crepuscolare, tradotta in una litania di vasi, stoviglie, bicchieri, posate, soprammobili, nei quali il lusso cede il passo al velleitarismo e a Elena Muti subentra la signorina Felicita.
Io del cristallo preferisco la dimensione meno oggettuale e più sinestetica, lì dove la parola si fa riassunto e vettore di sensazioni (tattili, anche, ma prima e più sonore e visive) e magicamente si riavvicina alla sua radice antica, che parla di acqua, di freddo, di ghiaccio (dal gr. κρύσταλλος, «acqua gelata, ghiaccio» – e poi anche «cristallo»). Trasparenza – nitidezza – forza – algore, legati da quelle sonorità acute e affilate. Roba da XX secolo.
Lì, nel Novecento poetico, “cristallo” è un dettaglio, come il riflesso gelido della neve, nelle notti emiliane di un giovanissimo Attilio Bertolucci («Buoi rossi e neri / pestano la bianca neve / nel cristallo opaco della notte», Frammento, vv. 1-3, nella raccolta Sirio).
È la voce tinnula e argentina dell’usignolo che parla alla Luna-piuma-di-cielo, nella stagione più ardita della scrittura di Ungaretti (la lirica è Ultimo quarto; la raccolta è Sentimento del tempo).
È, poi, la perfezione trasparente e fragile di ciò che è puro, come Antonietto, il figlio di nove anni morto a San Paolo del Brasile nel 1936, il cui ricordo Ungà affida alle pagine mature del Dolore («Tu semplice soffio e cristallo», Tu ti spezzasti, III v. 4).
“Cristallo” è la superficie del mare che s’increspa nei versi di Vittorio Sereni («crebbe il mare, si smerigliò il cristallo», Un posto in vacanza, IV 15) e la trasparenza lucida di una mattina d’estate «già prossima al cristallo / gioioso in cui s’invitria» (Mario Luzi, Non chiederle altro, vv. 6-7).
È anche, qualche anno prima, la voce della bufera «che sgronda sulle foglie / dure della magnolia i lunghi tuoni / marzolini e la grandine», con i suoi «suoni di cristallo» (Montale, La bufera, vv. 1-4, nella raccolta La bufera e altro). Vado ri-ascoltando spesso, nella testa, quei versi. Perché La bufera è un prologo-capolavoro: crogiolo di immagini densissime e millimetriche che a ogni lettura mi appare di più una sorta di illumination, di visione mistica. A me pare, quasi, che il lampo della tempesta sia anche il flash di un fotografo o il baleno di una folgorazione che, nell’atto di abbagliare la scena, abbia fermato l’immagine drammatica di quella notte di grandine e notte e luce e morte e addii, sottraendola al buio che la precede e la segue. In mezzo al diluvio di parole e immagini che si sovrappongono sulla scena nel breve volgere dei 23 versi, il cristallo è un dettaglio tra i tanti, ma prezioso. “Cristallo” – ce lo dice Montale stesso – è la grandine fitta e sottile che batte contro i vetri della casa di Clizia, con il suo tinnire simile alla voce dei sistri (come già il pianto dell’assiuolo di Pascoli, vedi un po’). Ma forse, implicitamente, riecheggia pure il fremere degli oggetti di casa, squassati dai «lunghi tuoni / marzolini». E persino il lampo, se del cristallo scegliamo il bagliore nitido e scintillante. Come una parola-scrigno, il “cristallo” appare l’involontaria sintesi della bufera che si abbatte sulla natura: contiene la fragilità (di Clizia-Irma); la sua forza resistente e preziosa; il fragore della tempesta e della natura stravolta; il bagliore che si accende e si spegne; e il rumore di cose che vanno in frantumi – come quando la bufera-guerra (quella storica, quella cosmica – dice il Poeta) distrugge e incenerisce. (E allora non sarà un caso che nella lirica torni anche il lessico pulviscolare, qui nella forma di una «grana di zucchero» che è forse residuo della luce del lampo, forse lacrima, ma discreta, per la consueta distanza emotiva che Montale pone tra sé e la parola poetica). Alla fine resta solo un ricordo, con la sua manciata di gesti: le mani che spostano «la nube dei capelli» e un congedo che consegna Clizia a un gorgo di tenebra. Degli occhi di lei, vero leitmotiv della raccolta, qui non c’è traccia se non quella (chiusa, escludente) delle palpebre serrate. Ma anch’essi, il lettore lo sa, sono di cristallo, variante degli «occhi d’acciaio» delle Occasioni: è con il suo «duro sguardo di cristallo» (L’orto, v. 30) che Clizia resiste alla bufera: trasparenza cerulea, fragile e indistruttibile, contro il Male del mondo.
“Cristallo”.
Quali universi nasconde questa parola?

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