Se parlo con Te, mio Dio

Stanotte, veglia di Risalita dal Buio alla Luce, penso a quell’aggettivo pretenzioso che metto davanti al Tuo nome innominabile.
“mio”.
È un privilegio di cui sentirsi indegni – un pensiero che misura la nostra piccolezza e la Tua infinità. Così mi sento, stanotte: incommensurabilmente piccola e inadeguata, e pure emozionata e grata, come chi riceve un dono magnifico, prezioso quanto immeritato.
“mio Dio”: posso guardarti così – e pensarti – con questa familiarità intima e discreta che mi pare grazia tanto alta da riempire di gioia e da appagare ogni desiderio.
Cos’altro si desidera, quando si ama? Solo questo: poter dire “mio”, non per affermare un possesso, ma per tradurre la confidenza, il dialogo, la corrispondenza, la premura. L’incontro. “Mio”, fuori dalla logica accattivante e miope del possedere, è tutto ciò che sento parte di me. È l’aggettivo uguale per tutti, che rende ogni cosa diversa per ciascuno – per via dell’unicità di ogni relazione.
Allora stanotte provo a rimanere su questo privilegio, che ci rende tutti uguali e tutti diversi. Di poterti dire “mio Dio”.
Vorrei che questa fosse la preghiera della mia bocca e il silenzio del mio cuore: la gratitudine di saperti mio (e la speranza di diventare infine Tua). L’emozione un po’ infantile che dà la scoperta di una corrispondenza insperata perché troppo ardita. Questo ai miei occhi Tu hai portato all’uomo, mio Gesù, insieme alla Tua Croce. Questo darsi del tu, che permette di dirti “mio Dio”.
La mia immagine di Te è questo Crocifisso, che abita e riempie la nostra Chiesa Parrocchiale. Il Crocifisso per me più bello, perché il più mio, da quando bambina la nonna mi ha insegnato a sillabare le prime piccole preghiere e a restare un po’ in Tua compagnia: non sono diventata molto brava a pregare, ma non so entrare in Chiesa senza che la Tua bellezza rapisca il mio sguardo, anche solo per un istante. Stanotte, mentre non posso guardarTi con gli occhi del corpo, provo a contemplarTi nel mio cuore.
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