Quando la prof. spiega… le alunne disegnano!L’immagine, che ho scelto perché mette a fuoco con levità il tema della parola (semplice, colloquiale, rarefatta), è opera di un’alunna carissima, a cui vanno i miei ringraziamenti. Appassionata e fantasiosa disegnatrice, Elisa Coletti realizzò questo ritratto durante un’ora di Letteratura italiana (verosimilmente non proprio irresistibile…)
Amai
Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.
Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.
(U. SABA, Amai in Mediterranee)
Di tanti poeti che costellano il cielo della poesia italiana del ’900, Saba non è a me il più familiare, né il più caro. Lo scelgo però per inaugurare la sezione delle Poesie dal Pianeta Terra, che non vuole proporsi come una catena di mediocri e discutibili lezioni di poesia, sì invece come un’occasione tra mille per incontrare, ciascuno con la propria sensibilità, la bellezza scoperta e restituita dall’uomo all’uomo, nei secoli, attraverso la parola.
Perché Saba, dunque? Perché in questi versi brevi e lapidari, custodi famosissimi della poetica dell’autore, vedo suggerito il segreto della parola artistica.
Che non è che una declinazione del rapporto che intercorre tra l’uomo e lo strumento/parola.
Se, appena si scopre un elemento micro o macrocosmico (da un pianeta a un virus), subito ci si preoccupa di dargli un nome; se la prima domanda che si rivolge a una neo-mamma (dopo il sesso del pupino) è “Come si chiama?!”, è perché la parola ha a che fare profondamente con il nostro rapporto con il reale. Resta, la parola, il vettore tramite il quale l’uomo può (e deve) rintracciare la propria personale verità – perché, come abbiamo imparato da Aristotele, è il logos lo strumento con cui l’uomo incontra e decodifica e classifica e conosce il mondo.
E allora c’è la parola delle scienze esatte; quella della medicina; quella del diritto; quella delle religioni, della filosofia, della storia,… E poi c’è quella della poesia, che ha il privilegio di potersi inventare nuova e personale a ogni lettura (fuori dalle griglie magnifiche ma elitarie dell’esegesi critico-letteraria).
Il viaggio lirico di Saba alla ricerca della comunicatività e della chiarezza espressiva si traduce nel recupero delle parole “trite” e facili, alle quali un uso distratto o frusto ha rubato la potenza e la capacità di sedurre: deliziose e rassicuranti riescono, nell’impasto sabiano, quelle tessere linguistiche tanto consuete da apparire a prima vista banali. “Fiore”, “amore”, “sogno”, “dolore”, “amica”, “paura”, fino a quella “buona / carta lasciata al fine del mio gioco”, che conferma che la poesia non è cosa per iniziati, ma voce che si alza tra le occupazioni di ogni giorno.
Punti di vista. Altri scrittori diranno altrimenti.
Di sicuro però – e in ogni caso – la poesia è incanto, esperienza sospensiva che interrompe lo scorrere lineare del tempo (che oggi i fisici ci spiegano del resto essere poco più che un’illusione) e offre all’uomo lo spazio per guardare la realtà da un punto di vista inatteso e sorprendente. La poesia è seduzione (anche quando magari, montalianamente, si veste di prosaicità), contatto ineffabile di chi scrive e di chi legge con “la verità che giace al fondo”.
Del resto, a pochi decenni dall’uscita di Mediterranee, un poeta apparentemente lontano anni-luce dalla poetica di Saba sigillava le sue Ragioni d’una poesia con una frase che pare ribadire, da una specola diversa, il potere totale della parola:
“Soltanto la poesia – l’ho imparato terribilmente, lo so – la poesia sola può recuperare l’uomo.” (G. Ungaretti)
Sempre amato questa poesia! La mia preferita, per distacco.
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