“Poiché i fatti lasciano tracce nell’anima […]. L’anima è qualcosa in sé: tale quale Dio l’ha posta al mondo. E questo quid ha la sua struttura caratteristica, che pone un marchio a tutta la vita in cui si sviluppa […]. L’anima sente nel suo profondo quid e quomodo essa sia, in quel modo oscuro e indicibile che le rivela il mistero del suo essere come mistero, senza svelarlo. Porta inoltre nel suo quid la determinazione di ciò che deve diventare; attraverso quello che prova e fa. Sente se ciò che accoglie in sé è compatibile o meno con il proprio essere, e quindi opportuno o no, e se ciò che fa è in accordo con il suo essere o non lo è. E a questo corrisponde lo stato nel quale ‘si trova’ dopo ogni contatto e confronto con il mondo.” (E. STEIN, La mistica della croce)
9 agosto. Memoria di Santa Teresa Benedetta della Croce, carmelitana di origine ebraica gassata ad Auschwitz settantatré anni fa. Edith Stein, come preferisco. Leggo per la prima volta queste righe a me sconosciute e mi pare di restarne abbagliata, perché in poche frasi trovo riassunta e spiegata luminosamente una certezza che da lunghissimo tempo serpeggia – ma senza farsi parola – nei miei pensieri.
Da sempre mi dico che ogni anima ha una propria ‘forma’: un profilo suo unico e inconfondibile che la rende quello che è (come per un corpo l’altezza o il colore degli occhi o la curva delle labbra o che ne so), determinando il modo in cui ci incastriamo con il mondo, come le tessere di un mosaico, con le altre migliaia di tarsie che la vita ci fa incontrare. Una forma saldamente legata al corpo ma consegnata ab origine, che poi certo la vita plasma, ma non può snaturare. Dev’essere per quello che, quando compiamo un gesto o una scelta, una voce nascosta e profonda sa già esattamente se quel percorso è bene o male per noi – a seconda che si allinei o meno con la nostra intima struttura. È un gioco misterioso e complicato, perché in effetti, di quella forma, i contorni si possono forse intuire, con gli anni e l’esperienza e l’attenzione, ma definire mai. Sfuggenti e imprendibili. Come dire che la parte più profonda e vera di noi possiamo conoscerla solo per induzione, partendo dal visibile per ipotizzare l’invisibile.
Che poi è il destino e la meta di una vita intera, credo: conoscersi, “sbocciare verso l’interno” (E. Stein). Rintracciare la propria forma, ri-conoscerla (meglio ancora), per aderire fino in fondo a ciò che siamo da sempre.
A credere che un’anima esista, ça va sans dire. Perché poi c’è chi dice che l’anima non è che una fantasia per gente pavida, fraintesa miscela di reazioni chimiche, sinapsi e
suggestione. Realismo duro e puro: siamo quello che vediamo; siamo quello che misuriamo. Questo sì che è coraggio – mica i rifugi miracolistici della fede (quale che sia).
È vero: non si ha evidenza scientifica dell’esistenza dell’anima: mai avvistata né sezionata. E del resto ci sono dimensioni che nessuna intelligenza umana potrà mai dominare, esaurire, possedere. Per fortuna.

L’anima esiste, e ha il suo percorso da compiere… “Rintracciare la propria forma, ri-conoscerla (meglio ancora), per aderire fino in fondo a ciò che siamo da sempre“… quanto mi ritrovo in un pensiero che risuona all’origine del MESSAGGIO di ogni religione e che io sono uso ad esprimere semplicemente usando parole diverse…
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