Di Venezia si amano i colori, le vie d’acqua, San Marco, gli odori forti, i ponti, i gondolieri, l’eccesso settecentesco dei merletti e dei profili (di una maschera, di un palazzo, di un abito).
Oppure il silenzio. I campielli solitari, sottratti alla calca e all’urgenza.

Come il perimetro appartato del “gheto vechio”, dove si incontrano le pasticcerie che vendono dolci tipici ebraici e le Sinagoghe delle diverse comunità – la levantina, la spagnola, la tedesca, l’italiana – solo in parte oggi in uso e ricavate al piano nobile di edifici adibiti a case private (http://www.jvenice.org/). O la zona dell’Arsenale, netta e ariosa da parere una Venezia inedita (http://arsenale.comune.venezia.it/).

Delle molteplici gite in laguna sempre e invariabilmente ricordo, come una sorpresa docile e pacificante, lo scantonare inatteso che mi ha portato dove si perdeva la scia rumorosa dei turisti – e si incontrava una Venezia più discreta e domestica.


Venezia, più di qualunque altro luogo, ha il potere di colorarsi delle tinte che scaturiscono dall’alchimia creata con chi ti sta a fianco e respira con te l’’inconfondibile odore dell’acqua.
Tinte dell’anima, intendo.
E, se la lasci fare, ti porterà ogni volta ad aprire gli occhi nel suo angolo più indicato ad accompagnare quel colore nei preziosi recessi del ricordo.
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