À rebours

C’è una circolarità geometrica in alcune cose della vita: aspetti, dimensioni, dettagli per i quali la fine somiglia al principio – o almeno gli estremi si toccano fino a ricongiungersi. Come in un cerchio.
Lo vedo bene da qui, dal punto del cerchio virtualmente opposto al punto Zero, qui dove mi è concesso il privilegio di osservare le linee che si allontanano da me per ricongiungersi all’altro capo del tondo (il passato e la sua origine, appena più distante, il futuro e il suo epilogo, più vicino, per questa linea che già scivola lunga la curva della seconda metà).
Infanzia e vecchiaia si somigliano, a tratti si specchiano l’una nell’altra – ci pensavo in questi giorni dal buen retiro in Lunigiana, osservando la mia bella famiglia allargata così fitta di nonni e di nipoti, raccolta attorno alla stufa a legna della casa in collina. Pensavo allora che sì: anziani (ma “vecchi” è più bello) e bambini sono provocatoriamente simili. Per esempio per quello sguardo spregiudicato sul mondo, di chi non ha (ancora o più) nulla da dimostrare; per la fragilità a volte inconsapevole; per l’egoismo schietto e genuino; per il linguaggio fatto di cose molto più che di idee; e per mille ragioni ancora.
Hai mai guardato – guardato – un dialogo tra un vecchio e un bambino? Magari senza neppure pensare alle ragioni di quel dialogo: si tratta proprio di guardarlo, con intenzione, come uno spettatore estraneo e curioso. È un miracolo comico e struggente di malintesi in perfetto equilibrio, condotto sul filo di un idioletto di parole/sguardi/gesti che solo i due attori sulla scena possono attraversare senza il rischio di smarrirsi nei bivi del nonsense. Ci si incontrano folletti e maestre di scuola; dottori e matite colorate; sogni picareschi e prosastiche pillole per la pressione alta; stelle comete e stelline per la minestrina della sera – senza che sia dato istituire nessuna gerarchia diversa da quella imposta dall’urgenza del momento. Ma soprattutto ci si incontra quello sguardo stralunato con cui vecchi e bambini osservano il mondo: obliquo, libero, sconfinato. Per ogni bambino-vecchio, uno sguardo; per ogni sguardo, un universo parallelo. Per ogni dialogo, uno spazio privatissimo di sospesa, precaria, onirica, imperfetta perfezione.
Noi, adulti o giovani, non siamo ammessi: stiamo fuori e guardiamo, rapiti da quella magia di fiaba iperrealista che dice che forse ogni dialogo non è che un’illusione di intesa – e ogni viaggio non è che un cammino verso le origini (di sé, del mondo).
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2 pensieri riguardo “À rebours

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  1. Non è vero: non sei rimasta fuori…non saresti stata in grado di cogliere la semplice magia.
    Il segreto è non perdere il modo di guardare di un bambino… conservare con cura la semplicità dell’”anima”, per quanto possa costare dolore in un contesto che non se ne cura.
    Io non l’ho perso,. E dì certo non lo hai perso tu.

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