«L’attesa è lunga»

I droni sorvolano città e Paesi – fino all’altro ieri brulichio di individui in corsa dentro un tempo accelerato, acceso di luci e di rumore.

Oggi, di tanta fretta passata, non è rimasta che la nostalgia: vi si sostituisce un panorama sconosciuto, la cui cifra è l’assenza. Ne ho viste le immagini spettrali al TG della sera. La ruota panoramica del Luna Park di Santa Monica, immobile a guardia del litorale deserto, le strade svuotate delle grandi capitali, le macerie di Idlib, persino – resti di una guerra che ha sospeso i suoi fuochi. E poi le piazze assolate, i monumenti che svettano nel nulla.

Lande, non più città né incroci né metropoli. Lande: territori immobili, resi più vasti dalla stasi e da riprese aeree che ne eternano quella sensazione di vita sospesa.

Come «in una giornata / di una / decomposta fiera» (G. Ungaretti, In memoria).

La superficie terrestre, quella antropizzata, si è pietrificata in una sconfinata Waste land – mentre la Natura, ce lo dicono social e TV, si riprende un po’ di spazio e torna a respirare.

È una storia che l’uomo conosce bene. A ogni passo oltre le colonne d’Ercole, minaccia di hýbris, qualcosa sta lì a ricordargli che non è lui il Signore del Creato.

Anche adesso: ora che la tecnologia sembra capace di plasmare a proprio piacere lo spazio-tempo, in un villaggio globale che annulla confini e coordinate – quasi che fossero innecessarie; ora che gli assistenti vocali si sostituiscono ai nostri gesti e alle conversazioni con interlocutori di carne; ora che la realtà virtuale spunta da serie TV e film come promessa di un futuro prossimo da Übermenschen. Ora che vicinissimo ci appare il traguardo di una creazione alla seconda, di un mondo ri-fondato e sottomesso a regole fatte dall’uomo.

Ora.

D’un tratto.

Violentemente.

Un piccolo virus, struttura organica dalle dimensioni infinitesimali, ci imprigiona nelle nostre case e ci relega in un non-tempo / non-spazio privo di rapporti fisici, nel quale a forza siamo costretti a riconoscere che no: che non possiamo fare a meno di ascisse e ordinate – che senza coordinate ci sentiamo smarriti. E che no: non siamo capaci di stare senza quel contatto che nessuna tecnologia sa sostituire: sguardo, respiro, pelle, mani, profumo. Presenza, che occupa spazio e si allunga nel tempo.

Se c’è una lezione che vorrei portare con me da questo confino, una tra le tante, è che le cose hanno bisogno di tempo. Che in natura ogni processo e ogni creatura hanno un ritmo innato, che esige rispetto. E che la velocità (intesa non in senso assoluto, ma come accelerazione, come forzatura dei ritmi naturali) è una virtù solo qui da noi – solo nel mondo degli esseri umani.

E così, riguardando le immagini alla TV, viene voglia di attraversarle, quelle lande spopolate. Ma con la lentezza silenziosa di questi giorni di esilio. Senza fretta e senza chiasso: restituendo alle cose la misura che avevano prima che la specie homo ne forzasse i ritmi e ne rubasse l’anima – e riscoprendo «Come dolce prima dell’uomo / doveva andare il mondo» (G. Ungaretti, La preghiera).

In questa prospettiva, forse, c’è posto anche per dare un tempo al non-tempo e per far fiorire silenzio da queste giornate mute eppure rumorose: io per adesso navigo a vista e le mie ore ancora brulicano di una tecnologia necessarissima (sia lode alla connessione), ma frettolosa e invadente (perché non ancilla, ma domina). Sono sola, eppure non riesco a isolarmi.

Invece so che questa assenza sarà fruttuosa solo se riuscirò ad aggirare l’inganno del finto-silenzio, che senza accorgermi riempio di un finto-pieno fatto di nulla (centinaia di notifiche e video e chat e post e tutto il resto); che ne uscirò cresciuta solo se sarò capace di disattivare le intermittenze per sintonizzarmi sul ritmo del respiro profondo. Di far tacere i pensieri distratti e di ascoltare il metronomo interiore, che batte il tempo intimo e quello universale, accordando il palpito di ciascuno con il palpito del Cosmo.

Lì, nei territori di un silenzio au ralenti, forse si può essere vicini anche a distanza.

Lì, chissà, forse è più facile anche misurare i passi di questo tempo sospeso – e costellare questa strada immobile con le scintille del Desiderio (di incontri, di baci, di occhi, di risa, di voci, di sensi, di vita).

Come il prigioniero di Montale, con i suoi sogni d’oro e di fuoco; con le sue fantasie d’iridi e di petali.

« […] L’attesa è lunga,
il mio sogno di te non è finito.»
(E. Montale, Il sogno del prigioniero)

Istantanea schermo 2020-03-29 (19.05.24)

3 pensieri riguardo “«L’attesa è lunga»

Aggiungi il tuo

Lascia un commento

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑